IMPRONTE: STEFANO, IL VIAGGIATORE VAGABONDO

Ciao Stefano, che tipo di viaggiatore sei?
Parto dal fatto che percepisco da sempre il viaggio come una necessità. Ciò che guida le mie scelte e il mio modo di viaggiare è il desiderio di capire, di vedere come vivono gli altri umani che popolano questa terra, a seconda dei luoghi che abitano, le altitudine e le latitudini.
Questo negli anni mi ha portato a creare una specie di lista mentale dei luoghi che desideravo visitare sia da un punto di vista geografico che antropologico.
L’idea del viaggio mi è nata leggendo libri da ragazzo e poi mi è rimasta, portandomi a partire ogni volta che ne ho avuto occasione.
E l’ho fatto quasi sempre in gruppo, in piccoli gruppi con agenzie e associazioni selezionate, perché mi piace la dimensione di condivisione di interrogativi, domande, punti di vista.
Ti va di nominarmi qualcuno dei libri che hanno dato forma alla tua idea di viaggio?
Il primo che ho letto in assoluto e che mi ricordo benissimo è Robinson Crusoe. Poi mi regalarono un altro bellissimo libro che era Lancillotto e quindi c’era tutta questa saga di cavalieri in un luogo per me lontano. E poi sono cresciuto in mezzo agli atlanti che sfogliavo con curiosità per scoprire dov’erano questi posti, guardare le immagini… questi sono i ricordi primordiali.
Poi c’è stato Jack London, Il richiamo della foresta, oppure Conrad, Melville.
Ecco, il libro di viaggio più bello di sempre, che ho appena riletto, è “La polvere del mondo”, di Nicola Bouvier: c’è l’avventura, l’amicizia, l’immersione nelle società…c’è tutto!
Qual è l’oggetto che non può mancare in valigia?
Io viaggio in modo molto essenziale, cerco di portare con me il meno possibile. Faccio persino poche foto, e le riguardo ancora meno. Cerco di imprimere le immagini, le situazioni nella memoria e lasciare che la mente li trasformi in ricordi. È un modo per me di proteggere la poesia.
Però c’è una cosa che spesso provo a portare con me, e cioè una piccola radio. Anche se spesso si sente male, io ci provo, perchè mi fa entrare nel luogo, in quello che ascoltano, la musica, il suono della lingua…
Che idea originale! Mi racconti qualcosa su di te?
Ho lavorato molti anni come tecnico di palcoscenico con una compagnia di giro.
Quando da ragazzo ho fatto un paio di stagioni a Carpi mentre ancora studiavo, mi affascinava questa cosa che ogni settimana arrivasse una compagnia diversa con la sua carovana di tecnici e attori, il pubblico che si riuniva intorno, la capacità del teatro di creare una visione, non legata a un luogo, ma sempre a un altrove.
L’ambiente del teatro è di per sé un viaggio: scende il buio in sala, si accende la luce sul palcoscenico e si entra in un mondo altro.
Poi è stato un lavoro che mi ha portato a viaggiare moltissimo, a entrare in contatto con professionisti locali, il loro modo di lavorare, le diverse culture dell’andare in scena.
Per quarant’anni passavo per casa, ma non ci vivevo, il mio lavoro era in giro, ho fatto una vita molto zingara, vagabonda.
Credo che a questo mi abbia preparato il fatto di aver passato tutte le vacanze estive dell’infanzia in colonia. Mi sono trovato subito fuori dall’ambiente protettivo della famiglia e quindi ho imparato ad adattarmi, a stare in gruppo, a reinventarmi ogni volta.
Qual è stato per te il viaggio più importante?
Il viaggio più importante per me è stato a Bali nel 2005. Ma non per il luogo, per il momento della vita in cui l’ho fatto, un periodo per me di passaggio e trasformazione dopo una delusione. Lo spirito del luogo, dal mio punto di vista una certa assenza di pragmatismo e materialismo, mi ha aiutato a metabolizzare, a sentire che qualsiasi cosa può essere vissuta con leggerezza, lasciando andare le proprie sovrastrutture, le proprie idee su come le cose dovrebbero andare.
E qual è stato invece il viaggio più spensierato?
Direi una bella camminata in mezzo al deserto di qualche giorno, alla maniera nomade insieme ai Tuareg: fare il campo tutte le sere, condividere i momenti intorno al fuoco…è vivere nella sua forma più pura, spogliata di pensieri e paure.
È un’esperienza che ho fatto un paio di volte, ma il primo cammino nel deserto mi ha dato molta soddisfazione e divertimento. È stato in Marocco, ai primi contrafforti del deserto.
Cosa ti ha insegnato il viaggio che riporti anche nella vita? O anche, qual è la tua filosofia nel viaggio della vita?
Ecco, forse più la seconda, essendo che per me vita e viaggio sono stati da sempre inseparabili.
Viaggiare per me è vivere. Sento la vita che si mostra, che esce allo scoperto.
Io mi sento molto me stesso nella dimensione del viaggio. Sto bene a casa mia eh, ma mi accorgo che svolgo molte delle azioni quotidiane pensando ad altri luoghi. La casa per me è un non-luogo, un contenitore necessario a cui tornare per poi ripartire.
Ultima domanda: mi racconti un incontro significativo che hai fatto in viaggio?
Viaggiando per lavoro ho conosciuto una mia ex compagna con cui ho condiviso tanti anni. Era una ballerina della compagnia di giro in cui io facevo il tecnico. Ci siamo conosciuti in Italia, ci siamo innamorati in tournèe negli Stati Uniti, e abbiamo capito che il nostro rapporto aveva esaurito il suo messaggio durante un viaggio in Oriente.
Nel mezzo però, per tanti anni c’è stata una sintonia che ci ha permesso di trasformare il sogno di una vita nomade in realtà: viaggiavamo per lavoro e poi ogni momento libero di partiva, si andava.






Commenti