IMPRONTE: LA VIAGGIATRICE D’ORIENTE
- Staff Viaggi Solidali

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min

Ciao Francesca, raccontaci qualcosa di te e del tuo rapporto con il viaggio!
Ho iniziato a viaggiare dopo la mia separazione, nei quindici giorni estivi che i miei bimbi, di 3 e 8 anni, stavano con il papà. Finalmente, dopo anni di mete tropicali, ho potuto iniziare a esplorare l’Oriente, come avevo sempre sognato.
Per il mio primo viaggio di gruppo sono andata in Cambogia e Birmania e me ne sono innamorata. Anche se non è stato facile: a un certo punto mi avvisano che sarei andata da sola sul lago Inle e io non lo avevo mica capito che avevo prenotato una variante rispetto al resto del gruppo! Mi sono ritrovata lì da sola e avevo anche mangiato qualcosa di sbagliato per cui stavo male. Eppure in Birmania ci sono tornata e non ho più smesso di viaggiare.
Che tipo di viaggiatrice sei?
Mi faccio affascinare dalle mete e dai luoghi tranquilli e spirituali. Non mi piace il caos e forse per questo il 90% del tempo mi reco in Oriente. Mi piacciono i viaggi in cui si può conoscere a fondo una situazione e magari dare una mano.
Un viaggio molto bello che ho fatto è stato quello con l’Associazione “Amici del Bhutan”. Dopo le tappe in Bhutan abbiamo visitato il Nepal, ed era subito dopo il terremoto del 2015. Vedere un paese così distrutto e incontrare persone tra le macerie è stata un’esperienza molto forte.
Noi eravamo lì anche per portare aiuti e mi ricordo la presidentessa che un giorno dà dei soldi a una donna che scavava nelle macerie e le raccomandava: “tienili tu però, non farli vedere a tuo marito”.
Mi ricordo un episodio bellissimo: siamo stati invitato dal sindaco di un villaggio intorno a Kathmandu in una scuola, e lì per ringraziarci degli aiuti portati gli studenti hanno fatto una recita. Alla fine ci hanno invitati a pranzo nella loro mensa. Noi arrivavamo dal Bhutan dove avevamo patito la fame, perché là, a parte che sono tutti vegetariani, non c’erano nemmeno legumi. Insomma, non vedevamo l’ora di condividere questo pasto. Solo che noi eravamo affamatissimi, ma appena assaggiato ci siamo resi conto che il cibo era piccantissimo, così piccante che volevamo avanzarne, ma sarebbe stato scortese. Allora ci siamo alzati e ci siamo rimessi in fila per riempire il piatto di riso e attutire le spezie…dovevi vedere i sorrisi di queste donne che servivano a vedere che facevamo il bis!
Poi in Nepal ci sono tornata con te e non dimenticherò mai la sensazione di connessione con qualcosa di più alto che ho avuto meditando sui tetti di Bhaktapur.
Ecco, di me ti dico che, per come mi sento a casa in Nepal e Birmania, credo di aver vissuto in Oriente in qualche vita passata. Pensa che da giovane avevo i capelli neri, lunghi, dritti…e mi chiamavano l’orientale. Credo ci sia qualcosa in me.
Qual è stato per te il viaggio più bello e significativo?
È stato sicuramente il secondo viaggio che ho fatto in Birmania.
La guida, Myo, è un signore eccezionale. Ogni giorno ci faceva fare una “buona azione”. Per esempio, un giorno ci ha fatto comprare in un mercato ittico un sacco pieno di avannotti (piccoli dei pesci) da ributtare nel lago, il famoso lago Inle dove ero stata anche nel primo viaggio - ma questa volta in compagnia e stando bene!
Un altro giorno ci aveva portato in un vivaio e fatto scegliere a ognuno una piantina. Le persone del villaggio si avvicinavano a uno di noi e chiedevano la piantina che veniva piantata nel giardino. Così, nel giro di pochi anni questo villaggio che era spoglio si era riempito di alberi.
Un altro giorno ancora, in una città, ci ha messi a raccogliere la plastica, in modo che le persone vedessero che “noi siamo stranieri ma siamo a servizio loro”.
La cosa più bella è stata in un monastero quando abbiamo servito da mangiare ai bambini della scuola. E la distribuzione funzionava così: i bambini si mettevano in fila, ognuno con la sua ciotola, e riceveva una o due cucchiaiate. Poi però rimettevano tutto il riso in una ciotola comune e da là veniva nuovamente ridistribuito. Come a dire: il riso che mangi non è tuo, tutto va condiviso.
In Birmania i principi buddisti permeano tutta la società e la vita. Perché lì tutte le persone fanno un mese da monaco, uomini e donne.
È molto triste per me pensare alla situazione della Birmania di oggi. Lo stesso Myo è stato incarcerato per un periodo. Siamo ancora in contatto tramite i social, è un modo per seguire le vicende del paese dal punto di vista di chi ci vive, anche se mi rende molto triste pensare che probabilmente non mi sarà più possibile tornarci.
E invece qual è stato il viaggio più spensierato?
Ah sì! Thailandia on the Road!
Con persone che assolutamente non conoscevo, abbiamo passato il tempo a muoverci in pickup, ci caricavano come bestie… Avevamo dei mezzi prenotati ma tutti così, con gli autisti che potevano arrivare 4 ore prima o 2 ore dopo, viaggi notturni in autobus…ne sono successe di tutti i colori!
Poi un giorno ci siamo ritrovati a dormire su delle case sugli alberi, e i gestori ci avevano messo in guardia dalle scimmie. Insomma, guardo fuori e sull’albero a fianco le scimmie avevano rubato un beauty-case con tutti i medicinali; e io mi vedo questa scimmia che mi guarda con aria di sfida mentre prima succhia le lenti a contatto con tutto il liquido per pulirle e poi si mangia pure l’actigrip…
Chissà che fine ha fatto quella scimmia!
Insomma, ne sono successe di ogni, è stato un vero spasso.
C’è un oggetto che porti sempre con te in viaggio?
Un libro. Non tanto una guida o un libro molto tecnico quanto un reportage o un romanzo ambientato nel luogo che sto andando a visitare.
Per esempio nel mio primo viaggio in Cambogia e Birmania avevo con me “Asia” di Tiziano Terzani, che morì proprio in quei giorni.
C’è un insegnamento imparato in viaggio che ti porti anche nella vita?
Vivere il momento presente. Vedi, io non mi preparo mai più di tanto per i viaggi. Così faccio anche a teatro per esempio, non cerco mai tante informazioni prima sugli spettacoli.
D’altra parte, nella vita guido sempre io, in viaggio se mi affido a una guida lo faccio totalmente, lasciandomi stupire e condurre dentro a un’esperienza.
È un affidarsi alla vita, sapere che quello che succede è giusto.
E quello che fa la differenza tra un buon viaggio e un viaggio mediocre. L’organizzazione può anche essere perfetta, ma quello che rende speciale l’esperienza è il racconto, la mediazione.
Un incontro significativo che hai fatto in viaggio?
In Vietnam, che è stato un viaggio che non ho amato particolarmente perché troppo caotico per me, troppe persone. Ecco, siamo andati in un orfanotrofio e una monaca mi ha visto e senza dire niente mi ha abbracciata. Mi fa venire anche adesso un groppo di commozione.
Com’è cambiato il modo di vivere il viaggio da quando hai iniziato?
Sai, all’inizio viaggiare per me era un po’ scappare. Adesso invece mi muove il desiderio di conoscere e di cercare una dimensione spirituale che qui fatico a incontrare.
Ci vuoi lasciare con un’immagine?
In Namibia siamo stati 3 o 4 ore davanti a una pozza d’acqua a vedere l’abbeveramento degli animali. …e anche quello è spirituale, eccome se lo è!
Tu vedi il leone bere vicino alla gazzella e per un momento i ruoli si sospendono, il tempo si ferma, e c’è una tregua non scritta. È una poesia.
È una vulnerabilità, ma condivisa.





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