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IMPRONTE: ILARIA, LA VIAGGIATRICE POLIGLOTTA

Grafica dell’intervista “Impronte” dedicata a Ilaria, viaggiatrice poliglotta, con due ritratti e citazioni sul viaggio e sull’amore per le lingue.

Ciao Ilaria, raccontaci qualcosa di te!


Ho 45 anni, sono un’impiegata commerciale. Amo stare con le persone, sono dinamica, sociale, estroversa, mi piace organizzare cose.

(Ilaria è esplosiva, lo confermo!)

Negli ultimi anni ho sviluppato però una parte di introspezione e di ricerca più profonda.


Come è iniziato il tuo rapporto con i viaggi?


Ho viaggiato principalmente in Europa, che è un territorio in cui mi sento a casa e libera e che mi dà la tranquillità di poter viaggiare anche da sola.

Per me il viaggio è stato inizialmente l’esperienza dell’abitare in luoghi diversi, perchè mi sono mossa molto per questioni di studio.


Il primo passo è stato l’Erasmus, una lunga esperienza fuori casa a 24 anni, e Berlino è diventato il primo amore. È stata per me una cosa straordinaria. Con l’entusiasmo dei vent’anni a ogni passo pensavo: “Il mondo è più grande di quello che ho conosciuto finora e mi piace quello che vedo!”


Io dalla Germania non sarei mai tornata, tanto che poi dopo il master ho cercato e vinto la possibilità di fare un tirocinio all’ambasciata, sempre a Berlino. E poi, sempre seguendo questo grande amore per la città mi sono fermata come ragazza alla pari.


Solo che poi mi innamoro, questa volta non di una città, ma di un ragazzo…e lui lavorava in Spagna, quindi mi trasferisco là per dare spazio alla relazione. E beh in Spagna era tutta un’altra vita, un altro modo di vivere, un’altra dimensione. 


Sempre Europa, ma un’altra Europa. 


Questa cosa Ilaria secondo me è molto interessante. Molti della nostra generazione hanno vissuto il viaggio attraverso l’abitare in grandi città europee. Per molti di noi il viaggio non è stato inizialmente vissuto come vacanza, ma è stata vita, esplorazione, formazione di identità.


Sì, e per me è stato ancora più interessante il ritorno in Italia, perché mi ha permesso di rivedere la mia realtà, la realtà di Torino, in un modo diverso. Cioè ho ritrovato a Torino una dimensione che sentivo a metà tra Berlino e il sud della Spagna, scoprendola come una bella via di mezzo.


Proprio quella città da cui anni prima ero scappata, torna a essere casa grazie al tedesco e lo spagnolo imparati negli anni all’estero, che mi permetteranno di trovare lavoro. Questa dimensione identitaria europea mi ha accompagnata per tutta la mia vita adulta.


Da quando sei tornata, come si è evoluto il tuo modo di viaggiare?


Per certi versi l’imprinting dell’Erasmus mi è rimasto, ho continuato ad amare la dimensione del viaggio studio. Io viaggerei sempre così: una parte stanziale, in cui si frequenta una scuola, si vive a casa delle persone… e poi una parte di esplorazione.


Così ho fatto per esempio in Francia: ho chiamato un’agenzia di quelle che si occupano di viaggi per imparare la lingua e mi sono presentata a casa di questa signora di 60 anni abituata a ospitare dei ragazzini sedicenni: puoi immaginare che faccia ha fatto quando si è vista arrivare una quarantenne! Eppure ci siamo fatte compagnia, poteva essere mia madre, abbiamo intrecciato una familiarità, lei aveva il piacere di portarmi in giro con la macchina…

E devo dirti che questa dimensione dello studio, della conoscenza è proprio una maniera bellissima di passare il mio tempo libero. Per me la vacanza relax, fatta di distrazione, mangiare e bere è proprio noiosa, non ha un senso.


E mi piacerebbe farlo adesso anche con il giapponese, che sto studiando online…


Ho un amore spassionato per le lingue, perchè quando tu parli la lingua di quel posto lì, la gente si illumina, cambia faccia. È una comunicazione diversa, un’apertura diversa.


È per questo che ti trovo sempre con libri di lingue diverse in borsa!

Ma dei vari viaggi che hai fatto, qual è stato quello per te più significativo?


Guarda, potrei dirti gli Stati Uniti, potrei dirti il Nepal….e invece il viaggio più importante è stato percorrere da sola a piedi la via degli Dei, da Bologna a Firenze. Che se ci pensi, è veramente una cosa minima rispetto a tutti i viaggi epici che uno può immaginarsi.

Però per me è stato importantissimo perché l’ho fatto da sola, è stata una prova fisica, ma soprattutto l’ho fatto in un momento della vita in cui, dopo due grandi lutti, ho avuto il bisogno di sentire che sapevo cavarmela da sola… di accorgermi che sapevo ritrovare la strada nel bosco.

Ora, sia chiaro, era tutto segnalato, non è che mi sono fatta strada con il machete nella giungla colombiana (ride), però non è mai banale viaggiare da sola. La compagnia è sempre un paracadute, il solo fatto di mettere il piede fuori di casa e partire da soli è un grande atto di affermazione di sé e della capacità di prendersi cura dei propri desideri.


E poi il cammino, fatto da soli o in compagnia, è sempre sacro.


E qual è stato il viaggio più spensierato invece?


Ah la gioventù! Avevo 19 anni e con il gruppone di amici siamo andati a Villasimius in Sardegna, dove avevamo affittato una casa. È stata un’estate lunghissima, piena di amici, itinerante di casa in casa di amici in diverse aree della regione, con gruppi che prendevano di volta in volta conformazioni diverse. Ho conosciuto un sacco di gente e non avevo un pensiero in testa, non avevo un pensiero in testa. 


Poi invece sai, soldi, lavoro, mancanza di tempo…negli ultimi anni non ho più avuto l’occasione di stare via così a lungo.


Qual è il motore delle tue scelte riguardanti le mete e i tipi di viaggio?


Sai, siamo tanti viaggiatori diversi a seconda dei momenti della vita. È la ricerca che sto facendo in un certo momento della vita a guidare le scelte di viaggio.

Per esempio il Nepal, il viaggio che abbiamo fatto insieme, è nato dal desiderio di  approfondire il Buddismo dopo aver cominciato a frequentare un dojo zen a Torino. E infatti se ti ricordi ero sempre con carta e penna in mano, a prendere appunti…io non so stare senza studiare!

Ma non è solo una questione di conoscere tante cose, è proprio una ricerca di vita, un rispondere alle domande che la vita mi pone. Il dojo, il percorso della meditazione zen sono arrivati in risposta ad un bisogno di autonomia e auto efficacia e allo stesso tempo al desiderio di coltivare una dimensione comunitaria.


Cosa ti ha insegnato il viaggio che ti porti anche nella vita?


Eh, che ce la posso fare, che sono forte abbastanza.

Però allo stesso tempo mi ha insegnato qual è la mia misura, e l’importanza di fare le cose a misura propria, di capire cosa fa per me. Di non mettermi in situazioni estreme ma di scegliere e creare esperienze che siano godibili per come sono io. Di fare piuttosto meno ma con serenità.

Per esempio ho capito che io devo essere preparata per sentirmi a mio agio con le persone, imparare prima dei codici comunicativi per entrare in relazione con le persone in modo rispettoso. 

Cioè se io conosco la mia misura, posso incontrare l’altro nella sua, di misura.


Poi ti devo dire, io sono anche contraria a una dimensione elitaria dei viaggi, o ancora peggio esibizionista, di ricerca dello straordinario, dell’esotico. A me a chi chiede: “dove sei stato quest’anno?”, viene da rispondere che io le vacanze non le faccio.


La mia dimensione di straordinario invece è stata arrivare in cima al monte Adone nell‘Appennino bolognese, senza niente togliere ai grandi viaggi intercontinentali che ho avuto il privilegio di fare.


Alle volte la dimensione del turismo moderno sembra una rincorsa a raccattare quante più informazioni, tappe, emozioni possibili, in quei dieci giorni all’anno liberi da un lavoro frustrante. 

A me questa è una cosa che mi dà la nausea.

Meglio un viaggio in meno, ma quando parto che sia qualcosa di sognato, di studiato. Il viaggio è una continuazione, non una contrapposizione della vita.

Il viaggio è un approfondimento, non un modo di scappare. La vita è una scuola e il viaggio è come una prova pratica, un apprendimento esperienziale di qualcosa che si sta imparando.


Tu devi fare i conti con la tua vita. Per me la priorità è vivere una quotidianità che sia ricca, piena, di scoperta e ricerca. Non si può desertificare la vita per puntare tutto sui grandi viaggi.


Ti va di lasciarci con un incontro fatto in viaggio?


A parte te, maestra? (Ridiamo insieme di gusto, perchè Ilaria dalla prima lezione di yoga fatta insieme in Nepal si è messa a chiamarmi bonariamente così)


Mi viene in mente questa donna, lungo il cammino di Santiago, che andava lenta, lentissima, che dire lenta è un eufemismo, si vedeva che per lei era proprio faticosissimo. Mi ha detto solo “buen camino!”, ma me l’ha detto con il sorriso più radioso che abbia mai visto in vita mia.



Di Valentina Zocca

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