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Namibia: ultimo giorno di tour

Il nostro viaggio è iniziato a Penduka, ubicato a Katutura, la township di Windhoek e termina a Penduka, come un cerchio che si chiude. Ed è bello e “pieno” oncludere la nostra esperienza, i nostri incontri, in questo sobborgo della capitale namibiana, dove vive nelle baracche metà della popolazione dell’intera città, circa 200.000 persone. Il progetto “Penduka” è una delle comunità che qui è attiva, grazie, ora a circa 120 donne stupende che “con le loro mani”, il loro impegno e la loro creatività si dedicano alla produzione artigianale di ceramica, batik, tessuti ricamati e riciclaggio delle bottiglie di vetro per creare oggetti ed accessori di vario tipo. Grazie alla guida ed alla spiegazione di Cristophine, la “manager”, riusciamo a comprendere la profondità delle intenzioni e la serietà dell’impegno che in queste attività vengono profuse da queste donne, che hanno sguardi intensi e sorrisi sinceri. Penduka è anche un centro di cura ed assistenza per i malati di tubercolosi che, urtroppo, ci dicono, rappresentano il 25% della popolazione totale della Namibia. A Penduka ogni giorno vengono preparati pasti caldi e portati in vari punti di Katutura da dipendenti e volontari per essere distribuiti ai pazienti in cura, unitamente ai medicinali. Vengono inoltre organizzate iniziative di vario tipo per la diffondere nformazioni che contrastino tabù e pregiudizi sulla malattia che, per chi viene colpito, diventa un forte rischio di esclusione, di rifiuto della comunità. Ai pazienti in cura viene inoltre insegnato come produrre alcuni piccoli oggetti artigianali ed al termine del periodo di trattamento, che dura 6 mesi, vengono retribuiti per quanto da loro prodotto e vengono invitati a continuare nella produzione di questi oggetti. Per tutti noi, la semplicità e l’umiltà con cui queste donne gestiscono tutte le attività del progetto, rende ancora più sorprendente questa realtà. Dopo Penduka, grazie alla guida di Peter, ci spostiamo a “toccare con mano” Katutura, iniziando con visitare uno dei suoi mercati. Katutura, che letteralmente significa “il posto dove non vogliamo stare”, è un quartiere che, alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, in pieno apartheid, è stato voluto appositamente per tenere sotto controllo i neri, gli “indigeni”, lontano dal centro di Windhoek. Qui, arrivando da zone rurali e povere di risorse, i namibiani hanno costruito case, baracche, “negozi”, bar, asili….è una realtà profondamente stridente con la parte “ricca” della capitale che in lontananza appare dalla collina su cui ci troviamo. Anche tra i poveri esistono quelli più poveri e più colpiti dalle malattie, HIV e tubercolosi. Giungiamo ad uno dei vari asili privati presenti a Katutura. Circa 60/70 bambini vengono presi in cura da tre “Mami”, che fungono anche da maestre prescolastiche. Vediamo l’aula dove svolgono attività didattica, e ci rendiamo conto che questa svolta con impegno e serietà, vediamo anche lo spazio dedicato al “sonnellino” dei più piccoli, e qui verifichiamo di persona che lo stato dei 2 materassi posti sui letti è pessimo, al volo e spontaneamente decidiamo di fare una colletta e risolvere questo piccolo, per noi, problema. Lasciamo questi bimbi che, mentre saliamo sul nostro truck, ci salutano con calore. Proseguiamo la nostra visita “approdando” in quello che è stato il primo bar ad essere aperto in quest’area di Katutura: qui brindiamo alla Namibia, con un bicchiere di Windhoek lager, insieme ai gentilissimi gestori; nel locale ci colpiscono la presenza di un’inferriata che divide la zona bancone dagli avventori, un originalissimo juke-box ed un biliardo reso perfettamente in piano grazi ad accorgimenti rudimentali, su un pavimento in forte pendenza. Dopo questo break ci dirigiamo verso l’ultima tappa della nostra visita di stamani: l’HOPE VILLAGE, primo in Namibia per la sua specificità, che ci viene esaurientemente illustrato da Marta, la direttrice del centro; centro che nasce dall’idea di una donna Namibiana che, avendo operato a Calcutta con Madre Teresa, intuisce che attivarsi per ospitare bambini orfani o sfortunati per disagi e gravi situazioni familiari, per curare bambini malati di Hiv e per sostenere donne che hanno subito violenze in famiglia, potesse essere uno scopo da raggiungere anche a Katutura con la realizzazione di questo villaggio. Grazie a donazioni, volontariato, iniziative di sponsorizzazione, oggi “Hope Village” rappresenta una validissima e concreta risposta ai problemi di tanti bambini di Katutura. Siamo profondamente colpiti anche da questa realtà ed il minimo che possiamo fare per supportare il lavoro di questa gente è divulgare, con un tam-tam sempre più forte e grande, l’esistenza di questo progetto. E’ un dovere ed una responsabilità, dobbiamo uscire sempre più dalla visione ristretta del nostro orticello!!!
Questo non è un addio alla Namibia, ma un arrivederci!!!

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