IL MONDO @ CASA MIA: il calcio nella sabbia di Mbour...

La parola al nostro accompagnatore Gerardo Russo

Mbour è tra le più grandi città del Senegal. Ha avuto negli anni uno sviluppo disordinato, ritrovandosi ad avere il suo fulcro in una grande strada asfaltata. Qui si contendono il panorama un’imperiosa moschea e un roboante centro commerciale, collocate una di fianco all’altro quasi per uno scherzo venuto male fatto al destino, alle religioni e al capitalismo.

La popolazione è aumentata vertiginosamente tra il 1980 e il 2020, raddoppiando più di una volta.

Capiamo così che la fascia d’età prevalente a Mbour è composta dai giovanissimi che ne animano continuamente le strade. 

Sono proprio le arterie stradali a creare il complicato puzzle di questa caotica città della costa senegalese. Centinaia di piste sabbiose si intersecano in una grande scacchiera dove gli assi principali sono composti da linee nere di ruvido asfalto. Il dualismo tra sabbia e asfalto caratterizza i paesaggi della città, nonché le abitudini e gli stili di vita degli abitanti. Nelle strade asfaltate passano i mezzi di trasporto collettivi e sono presenti i principali esercizi commerciali. I morbidi segmenti di sabbia sono invece appannaggio dei bambini e dei loro giochi senza sosta. Un’automobile che si introduce in una pista sabbiosa sa già che dovrà zigzagare tra bimbi e palloni per raggiungere la propria destinazione.

Siccome poi da quelle parti lo spazio non manca,
non sono rari grandi appezzamenti di sabbia adibiti a
VERI E PROPRI CAMPI DA CALCIO.

Abitavo in una di quelle tante strade sabbiose, in un quartiere molto popoloso. A pochi metri da casa c’era il famoso Terrain Santessou, spazio cittadino dove si tenevano spesso tornei di calcio, allenamenti di squadre giovanili, lezioni di ginnastica delle scuole limitrofe oltre agli eventi sociali più disparati. Il campo era più o meno della lunghezza regolamentare per il calcio, con due porte a cui venivano legate le reti in caso di partite e con le linee del fallo laterale composte da vecchi pneumatici riciclati. Il manto era completamente sabbioso. Cominciai a bazzicare Mbour proprio assistendo alle partite di calcio al Santessou, seduto su uno dei tanti pneumatici che spesso fungevano anche da panchine.
Rimasi estasiato fin dai primi giorni dalla disponibilità di un bene comune così prezioso nel cuore del quartiere.

Gli amministratori locali avevano sapientemente custodito nei principali quartieri della città degli spazi abbastanza ampi per giocare o per organizzare eventi.

Ci vuole lungimiranza nel considerare un campo da calcio come un’infrastruttura, importante come lo sono le strade, le scuole o gli ospedali. In fin dei conti sono queste le cose che permettono a una società di vivere bene.

La qualità della vita dipende anche dallo stare insieme e incontrarsi quotidianamente aiuta a capirlo.
Una partita di calcio ne è una limpida manifestazione.  

Non si può giocare da soli e più si è più ci si diverte. Anzi c’è un solo limite
al “più ne siamo meglio è”: lo spazio.

In questo modo si capisce quanto siano importanti gli spazi per una comunità, nella misura in cui non limitano la partecipazione della gente ma anzi la stimolano.

Ero a Mbour per imparare un nuovo mestiere, cercare nostalgie future e dimenticare la noia. Cominciavo lentamente a immergermi nella socialità del posto, dal bordo di quel campo, finché un giorno non presi coraggio e portai con me un pallone. Il mio stato d’animo ritornò velocemente ai miei dieci anni, alla tensione che provavo nel trovare un compagno di giochi al mare. Stavolta però c’era qualcosa di incredibilmente diverso. Mi trovavo in un contesto dove i bambini vivevano tranquillamente i loro pomeriggi all’aria aperta e non potevano conoscere quella mia timidezza perché forse non avevano mai avuto il tempo di provarla. Più semplicemente non erano mai stati soli. Aspettai che l’incontro tra due squadre locali terminasse e che il campo fosse libero. Lasciai così scivolare dalla mia sacca un normalissimo pallone che nel giro di qualche secondo attrasse intorno a me i primi due bimbi curiosi. Nel giro di pochi minuti avevo intorno una ventina di ragazzini che correvano in tutte le direzioni per conquistare la palla. Non so dire quanto i bimbi fossero sorpresi di vedere un adulto bianco giocare con loro, ricordo che all’inizio fossero attratti semplicemente dal pallone e pensavano che lo avrei regalato loro. Al tramonto però, quando non c’era più la luce necessaria per giocare, ripresi il pallone e dissi che ci saremmo rivisti il giorno dopo.

Il nostro divenne un incontro abituale. Imparavamo a conoscerci e io riuscivo a distinguere i loro volti e ricordarne i nomi. 

Nel giro di qualche settimana quando li incrociavo per strada non ero più appellato con il classico bonjour toubab, che i bambini riservano a qualsiasi bianco in transito, ma con il mio nome o derivati (non tutti lo pronunciavano benissimo). 

All’inizio provai a costruire giochi che avessero una qualche regola, per rendere il tutto più ordinato ed evitare che ogni momento di gioco diventasse una caccia al pallone. Cominciammo con i rigori e io ebbi l’opportunità di mettermi alla prova come portiere per la prima volta in una porta regolamentare, aiutato dalla morbida sabbia in cui tuffarmi senza paura di spezzarmi la schiena. Poi inventammo un gioco in cui si poteva calciare in porta solo al di fuori dell’area di rigore, per rendere più complesso il meccanismo di difesa e di attacco. In alcuni casi abbozzammo anche una vera partita di calcio sfruttando tutto quello spazio. Col passare dei mesi il tramonto però arrivava sempre più presto. Non avevamo più abbastanza tempo per giocare al Santessou e iniziammo a giocare nelle tante strade sabbiose attorno. Ero inizialmente scettico sul giocare negli spazi piccoli, per la difficoltà di condurre un gioco ordinato. In realtà scoprii ben presto che i bambini avevano tantissime regole per organizzare sfide adrenaliniche anche in pochi metri, con appositi sistemi di turnazione per far giocare tutti i bimbi disponibili in quel momento.

Il gioco più comune era “petit camp” che si giocava a porta unica. Il portiere poteva parare solo con i piedi in una porta piccolissima. Entrambe le squadre dovevano cercare di conquistare la palla e segnare nella stessa porta. L’attaccante di una squadra diventava rapidamente il difensore quando perdeva palla e non esistevano calci d’angolo o falli laterali, si poteva rincorrere il pallone dovunque. Quando lo spazio era abbastanza grande poteva anche disputarsi una partitella a due porte. Se arrivava un’auto o un carretto il primo a vederla urlava “sur place” e tutti magicamente si fermavano, qualsiasi azione fosse in atto, con un fairplay sconosciuto nei nostri campi di Serie A. I bambini correvano ovunque e spesso non riuscivo a starli dietro. Spesso giocavano scalzi e più di una volta ho avuto paura per loro quando sfrecciavano sui bordi delle strade. Fui io invece che rischiai di fratturarmi un piede colpendo una pietra invece che la palla.

Nei mesi mi affezionai
ai tanti bambini.

In particolare mi conquistò un bimbetto di circa tre anni che scimmiottava i canti delle moschee con la sua vocina, sbattendo contestualmente una bacchetta contro un barattolo vuoto. Mi compiacqui della sua ironia fanciullesca verso le preghiere che spesso mi impedivano di dormire. In un’altra occasione lo vidi invece travestito da Kankourang, celebre maschera locale rispettata dalla popolazione e temuta dai più piccoli. Lui era lì che provava, sperimentava e rideva di tutto, prendendo la realtà attorno come un gioco. In un certo senso scoprivamo entrambi la vita locale nello stesso momento. Lui era nell’età in cui cominciava a notare alcune dinamiche sociali e io ero nell’età in cui mi trovavo per la prima volta della mia vita in Africa. L’approccio di vedere le cose con occhi nuovi ci rendeva simili e abbracciandolo sentivo tutta la sua genuinità.

I bambini mi accolsero nel loro mondo e mi permisero di provare nostalgia per un’infanzia che non avevo mai avuto. Conobbi davvero la libertà di giocare all’aperto, emozione provata raramente solo in qualche pomeriggio d’estate.  

Mi chiesi tante volte cosa sarei diventato se avessi avuto uno spazio per giocare fuori casa, o meglio se la mia casa fosse stata così aperta alla casa degli altri, o ancora se la mia città fosse stata un’unica grande casa dove giocare qua e là.  

I giovanissimi di Mbour mi insegnarono tantissimo in quei mesi e non seppi mai cosa loro pensassero di me. Non potevamo scambiarci grandi discorsi e molti non parlavano francese. Sicuramente suscitavo in loro un grande entusiasmo per i miei tratti esotici o perché portavo sempre la palla. Quando saranno cresciuti forse molti si saranno dimenticati di me, ma io continuerò a ricordarmi di loro per avermi dato la fortuna di capire e vivere da adulto la bellezza della vita di un ragazzino.

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