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Buenos Aires è una città senza centro. Finché non trovi il tuo. E allora ti senti a casa.

…Ed è ciò che è capitato a me, nell’ormai lontano 2006, quando sono atterrata qui per la prima volta. Un soggiorno di 72 ore, per poi proseguire per la Bolivia. Io, che riesco a perdermi anche nella città dove vivo, a Buenos Aires mi sono orientata fin da subito. E, appena partita, ho provato il desiderio di tornarci. Merito delle persone, della sua vita culturale ricchissima, della quantità di librerie, teatri e centri culturali, dei movimenti sociali che – dalla crisi del 2002 – non hanno smesso di interrogarsi sulle alternative al liberismo e stanno provando a costruire un’alternativa. Merito un po’ del mio lavoro di giornalista, che mi obbliga a riflettere sul mio sguardo sul mondo. E merito soprattutto degli incontri che –  grazie a Sabrina Bini di 360° Responsible Tourism  e al tour operator Viaggi Solidali di Torino – mi hanno permesso di conoscere Buenos Aires e l’Argentina fuori dagli stereotipi e dai soliti itinerari.

Dopo il breve soggiorno del 2006, sono arrivati altri viaggi. L’anno successivo, ho conosciuto la zona della Rioja, con la bellezza di Talampaya, Valle de la Luna, Chilecito e Laguna Brava, ma anche i problemi sociali e ambientali provocati dalle miniere a cielo aperto installate dalle compagnie multinazionali, vietate in altri paesi.

Il 2008 è stata la volta del Nord-Ovest, il 2009 della Patagonia e delle cascate di Iguazù. Ma all’inizio e alla fine di ogni viaggio tornavo qui, in questa città, sognando che un giorno – forse – avrei avuto il coraggio di venirci a vivere, almeno per un po’. Nel frattempo mi sono accontentata di scrivere: ho pubblicato un romanzo per ragazzi (“L’estate che uno diventa grande”, Sinnos) ambientato proprio qui.

Poi è arrivata l’estate del 2011. Nei mesi precedenti la mia vita aveva subito cambiamenti epocali e avevo il bisogno di staccare per un paio di settimane, per tornare dove mi sentivo a casa. Perché casa, prima ancora che i luoghi, sono le persone. Buenos Aires mi ha accolto ancora una volta con il suo calore (malgrado fosse inverno, e pure freddo) e quelle due settimane si sono rivelate troppo brevi. Il rientro in Italia, la decisione di tentare sul serio, un nuovo soggiorno di prova tra ottobre e novembre che mi ha portato alla decisione di trasferirmi. Un mese – anch’esso volato – dove ogni cosa mi rendeva felice: salutare al mattino con un “Hola, Anto” la custode del condominio dove avevo affittato un monolocale; passare il tornello del Subte (la metro) con la tessera magnetica; sentire squillare il cellulare e vedere lampeggiare un numero amico, inviare gli Sms con la funzione T9 in spagnolo; aiutare qualcuno a fare un prelievo al bancomat o a trovare un indirizzo (che orgoglio, se riuscivo a dare informazioni!). Un’amica appena conosciuta che mi dice: “Se hai bisogno telefonami. Se ti trovi in difficoltà, mi chiami, mi dice dove sei e io ti vengo a prendere a qualsiasi ora”. Presentare domanda per un master all’università (e dalla risposta dipenderà la mia vita nei prossimi due anni). Scoprire che non è così impossibile ottenere una residenza d’artista dove restare qualche mese a scrivere un testo teatrale. Ogni tanto apro il cassetto della scrivania e controllo che il biglietto aereo sia sempre lì, con il passaporto e i documenti per il visto. Un mese: mi sembra tantissimo e al tempo stesso mi sento mancare la terra sotto i piedi.

Questa è, per me, Buenos Aires. C’è Plaza de Mayo, simbolo della rivoluzione che portò all’indipendenza dalla Spagna e, successivamente, della lotta per la giustizia delle madri dei desaparecidos.
C’è il Caminito – la strada dei negozi di souvenir e delle esibizioni di tango. Ci sono le centinaia di teatri che ospitano spettacoli per tutti i gusti e tutti i portafogli. Ci sono le imprese recuperate, uscite dalla crisi del 2002, che combattono per ottenere un riconoscimento giuridico.

C’è tutto questo, nella città senza centro dove io ho trovato il mio.
di Francesca Capelli

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