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Ricordi di viaggio in Nicaragua – 1° parte

Sono in un hotel in stile coloniale, tutto di legno e pieno di piante che evocano paesaggi rigogliosi e incontaminati. Ho appena mangiato un piatto ricco e fumante, con la compagnia di un acquazzone tropicale che mi ha fatto da musica per qualche minuto e ai sorrisi delle persone che passano e che mi osservano curiose. Mi sdraio su un’amaca morbida e colorata che sembra chiamarmi a rievocare ricordi. I pensieri volano al tempo passato ad esplorare questa terra, ormai per me magica.

 

I pensieri sono volati alle giornate passate nelle fincas (una sorta di fattorie/agriturismi), alla musica, alla gente che ride e canta mentre lavora, ai paesaggi e all’aria pulita e fresca… i volti delle persone delle cooperative che ci hanno accolto con grandi sorrisi ed abbracci. Le donne a cucinare, le galline in mezzo alle gambe, le mucche nel recinto, i cavalli a riposare sotto l’ombra. Distese e distese di piantagioni di caffè, buganvillea, piante colorate e rigogliose. E sotto i ruscelli con i ciottoli e le pietre, che qui sono molto comuni in gran parte dei paesaggi.
Una domenica siamo andati in una finca in collina. Con la jeep abbiamo oltrepassato tante volte il fiumiciattolo…a volte tra sentieri impervi, strade di campagna, che all’aumentare la difficoltà facevano crescere in me, con mio grande stupore, un nuovo senso di avventura. Ciò che mi ha colpito di più è stato vedere le signore con i cesti in testa che percorrevano quelle strade ogni giorno avanti e indietro per chissà quante ore per vendere la frutta e la verdura che raccolgono o gli uomini che seminano e raccolgono i chicchi di caffè o il mais o la canna da zucchero.

Arrivata nella finca ricordo il fumo della carne che cuoceva sulla griglia, le signore ad impastare la cuahada (un formaggio fresco simile alla nostra ricotta), a cuocere tortillas (simile alle nostre piadine, ma fatte con farina di mais – deliziose!) e il profumo di caffè che filtravano con delle specie di “calzini” di cotone tradizionali. I bambini a giocare, saltare, raccogliere i limoni, a salutare sorridendo e sghignazzando parlandosi all’orecchio, come a sussurrarsi chissà quale confessione! Il profumo di caffè, misto ai fumi delle pietanze sul fuoco, mi invita in cucina.
Mi offrono immediatamente il caffè biologico prodotto da loro, così diverso dal nostro. In effetti, sembra un tè con un sapore aromatizzato, tra il dolce e l’amaro, intenso, ricco, fruttato. Un onore per loro offrirmelo e vedermi così felice nell’assaporarne il gusto.

 

All’angolo della cucina di fango e pietra, non posso non notare la nonna accudita dalle figlie e nipoti che nel frattempo preparano mille prelibatezze. Le pentole bruciate dal fuoco, la legna sotto, che cambiano e girano con accuratezza e disordine allo stesso tempo. Dopo un ingresso timido ma attento, inizio a parlare con le signore. Le bambine mi offrono una sedia e io accolgo l’invito con estremo piacere. Sono vicina alle signore più grandi di età. Con le facce stanche, le rughe, i visi bruciati dal sole e i capelli arruffati e raccolti. Ma con grandi sorrisi per farmi sentire a casa. Io ho raccontato un po’ di me e loro hanno aperto le loro vite in poche parole, ma tanto intense e forti per me.

Una signora, dal tono di voce flebile e dolce, mi racconta che è stata prigioniera 10 anni durante la rivoluzione. Sequestrata dai guerriglieri. Oggi con i capelli grigi, lunghi e raccolti in una “crocca” arrotolata da una penna. Con i vestiti sdruciti e rattoppati e delle pezze sopra per pulirsi le mani mentre taglia, spezzetta, frigge, impasta…Forte, bella, piena, intensa nello sguardo e nel sorriso accennato. In piedi la sorella, magra, esile, incurvata, con un figlio in braccio, l’altro che le chiede da mangiare, un’altra che l’aiuta in tutto nonostante abbia poco più di 9 anni. Nonostante le difficoltà vanno tutti a scuola, stanno a bene, lei lavora tanto. E’ felice, ci tiene a sottolinearlo. Poi la sorella più piccola, più “peperina”, curiosa di sapere di Roma e di me. Le figlie vicino a lei mi chiedono le parole in italiano, mi chiedono di fare le foto alle loro amiche e persino l’amicizia su Facebook (anche qui!!).

 

Iniziamo a cucinare, a fare i tostones, platani fritti due volte nell’olio e a metà cottura letteralmente spampanati con un bicchiere sul legno per renderli più fini. Le bambine vengono ad aiutare.

Fuori giocano. Le altre signore si divertono. Giocano anche loro. Sento le risate fragorose, le urla di chi si diverte e non pensa al modo educato di ridere o di esprimere la sua gioia. E’ allegria pura.
Mentre fuori ridono e dentro cucinano penso al nacatamal, piatto tipico nicaraguense a base di mais, avvolto in una foglia di platano e ripieno di patate, riso, uva passa, carne…divino per me!

 

Non è che li hanno preparati, per caso? Purtroppo no, ma mi promettono di farne presto la prossima volta! ;-)

Poi mi chiedono quali sono i miei piatti preferiti nicaraguensi…da dove iniziare? Dopo una lista di nomi e ricette, passiamo ai dolci. E perché, le panquecas, delle specie di crepes ma più alte e spesse, a cui si aggiunge uno sciroppo tipo miele? Iniziamo a parlare dei differenti mieli. Io le dico che uso quello di acacia, la nonnina mi spiega che non é proprio quello giusto, però dice che va bene lo stesso.

 

Poi mi chiama Bertha per accompagnarla ad esplorare i terreni della finca; non vorrei mai lasciare la cucina, ma le signore insistono perché io conosca il paesaggio e passeggi un po’ prima che faccia buio e allora forzo la mia pigrizia e vado. Il paesaggio fuori dalla finestra è molto invitante, in effetti.
Mentre io mi guardo attorno quasi persa da tanta pace, Bertha mi mostra tutte le qualità dei fiori, in ogni particolare. Con le sue mani lunghe e affusolate, che le guardo sempre quando parla.

 

 

Poi i vari bambini, figli, cugini, amici, vicini, mi hanno adottato e letteralmente presa per mano a visitare la piscina, i fiori, le piante, gli animali. La giornata é trascorsa con tante risate di tutti. Con me incredula a vedere quant’è bello godersi la vita con quella purezza e semplicità. Il ritorno alle cose vere. Di un tempo. Una casa semplice. La natura. Cose buone da mangiare. Mi sono venuti in mente i quilombos o le case dei vecchi indios, i miei studi di antropologia, l’allegria, la spensieratezza, la comunione e la condivisione che ricordano un po’ le nostre famiglie tradizionali.

La giornata è ricca di tanti bambini curiosi e vivaci con i loro occhi che, anche se a volte apparentemente muti, parlano. Spesso tristi, profondi, quasi imploranti, altre volte vispi, birichini, divertiti. Ben diversi dagli occhi dei bambini nostri, almeno così sembrano a me.
Ritorno in cucina. E’ buio. Qualche candela. Immagino che la luce non ci sia. C’è una leggera pioggerella ed é tutto così poetico, romantico. Sembra un quadro. La nonna è seduta su una sedia sotto alla finestra. Ha le trecce lunghe e nerissime. Un maglioncino, dei mocassini, gli occhiali pieni di macchie. Sorride sempre. Ma non parla.

 

La figlia, che mentre mi racconta, impasta la cuahada, mi racconta che la mamma è dell’Honduras e che è venuta in Nicaragua da piccola con i genitori per scappare durante la guerra.  Ed ha scelto di rinunciare definitivamente alla sua cittadinanza hondureña per acquisire quella nicaraguense. Mi racconta che la mamma adora il Nicaragua e si è sentita sempre accolta qui. E poi mi guarda e mi dice – a mò di ammonizione quasi! –  che il Nicaragua è un paese che ti cattura, bello, di gente buona, dove si vive ancora bene. E che quando qualcuno viene qui, non vuole più andarsene via.  Intanto un’altra sorella prepara le fettine di tostones da friggere e la nonnina ride con le nipoti che sbirciano e curiosano dalla staccionata.

 

Al ritorno dalla finca, ricordo le signore passare con la cesta di vimini piena di una sorta di tarallucci al formaggio (rosquillas), biscottini dolci con la canna di zucchero (rosquetas), altri biscottini ripieni, tortini di mais…e poi i soliti “Adios, adios” che all’inizio non capivo salutando tutti con “Buenos dias, buenas tardes” mentre mi rispondevano adios…finché ho capito!!!
In Nicaragua non ci si saluta per salutarsi, ci si saluta come se già ce ne andassimo.
Come se noi ci incrociassimo per strada e ci dicessimo “Arrivederci”. Una particolarità …curiosa!

(…segue)

di Martina

Il nostro nuovo ed inedito viaggio in Nicaragua

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