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Reportage: il volto familiare dell’Armenia

di Antonio Carbone

La saponetta Camay nel bagno della guest house è il segno che ti aspetti: stai tornando indietro nel tempo per quanto fra terremoti e devastazioni qui a Yerevan, a quanto pare, si è sempre demolito e ricostruito con troppa disinvoltura. Sarà anche per questo che la storia della Armenia spesso è difficile considerarla al netto della nostalgia. L’Ararat, il monte gentile ma anche molto capriccioso, non si fa vedere stamattina nonostante alle nove l’aria sia ancora fresca e sulla città non si è ancora riversato quello strato lattiginoso di afa che occlude l’orizzonte. Dalle case – più che case, rustici villini con davanti pergolati di vite – qualcuno esce per andare a lavoro. Passano diversi Suv e fuoristrada ma soprattutto tante Lada scassate. L’atmosfera è quella rarefatta delle città dell’Est ancora plasmate secondo i canoni dell’ex Unione Sovietica. Rarefazione che, è questo il timore, sembra avvolgere pure le menti delle persone. Ma non si può dire che non siano ospitali. Soprattutto verso di noi. Arrivare in un luogo in cui i Romani ci sono già stati presenta i suoi vantaggi. Deve essere questo il motivo per cui non osi andare oltre i confini delineati da Strabone nei suoi libri di geografia. Il Museo del genocidio è una tappa obbligata. All’interno, le foto di Armin Wegner documentano tutto con precisione e allora perché i Turchi si ostinano a negare?

Tardo pomeriggio davanti al mercato coperto, in fondo a via Mashtots. Il calore del sole non accenna a diminuire. Luce color dell’ambra. Afrore di formaggio che fermenta per il caldo misto al profumo di spezie e di frutta secca. Due uomini parlano. Uno ha una busta in mano. Contiene del pane (lavash). Del resto è quasi ora di cena. Iconografia familiare. Insieme all’immagine della Madonna col bambino appesa alle pareti delle prime case visitate, tii dà la sensazione di essere tornato. Nostos. Ma ci vorrà ancora del tempo prima di poterla vivere pienamente questa sensazione.

A cena la presenza del pianista contribuisce non poco a conferire all’ambiente l’aspetto di un ristorante di una nave crociera di altri tempi. All’uscita il cameriere, dal viso simile a quello di Charles Aznavour, aprendoci la porta intona per noi Torna a Surriento. Quello dell’aneto è il primo sapore che ti porti dietro insieme ai semi che ti sono rimasti tra i denti. Poi, sulla terrazza, finalmente comincia ad arrivare un po’ di brezza e il corpo si rilassa. Solo a quest’ora hai la percezione di essere in terra caucasica. Prima l’aria, dilatata dal caldo, te lo impedisce. Ripensi al viaggio di Tiridate alla volta di Roma, per ricevere da Nerone l’investitura di re dell’Armenia, di cui ti ha parlato la guida all’interno del museo. Durò nove mesi, il tempo di una parto, accompagnato da  tremila cavalieri  e da alcuni Magi, tant’è che c’è chi ha sostenuto che lo scopo del viaggio fosse anche quello di inziare l’imperatore romano al culto di Mitra. Non ti importa capire quanto sia attendibile questa ipotesi. Per il momento è sufficiente ad accenderti l’immaginazione: non vedi l’ora di immergerti nel paesaggio rurale e nella asciutta spiritualità dei suoi monasteri arroccati su monti impervi, spesso vere fortezze, nati dopo che l’intero paese adottò il Cristianesimo come religione di stato. Nella notte l’ululato del cane suona come un avvertimento. Fai attenzione: l’errore da evitare, oltre a quello della nostalgia, è di predisporsi a vivere la fascinazione per l’arcaico acriticamente.

Il giorno dopo, due donne arrancano in bicicletta su una strada in salita. Sanno che le aspetta una galleria, la più lunga dell’Armenia? Siamo sulla strada che da Dilijan – letteralmente lingua dolce – porta al lago di Sevan. Dal monastero di Hayravank si può avere un’idea di quanto sia grande, il più grande di tutta l’aria transcaucasica. Sulla spiaggia sono già arrivate le prime famiglie alla ricerca di un po’ di refrigerio. Dalle auto scaricano le vettovaglie. Si avverte odore di carbonella. C’è il tempo di un pranzo frugale a base di pesce di acqua dolce alla brace. Poi si riparte per Vardenis, facendo una sosta a Noratus, il cimitero con il maggior numero di croci di pietra (khachkar) di tutta l’Armenia.
Ci fermiamo a ottanta chilometri dalla frontiera con l’Azerbaijan, chiusa come quella con la Turchia, dopo la guerra per il Nagorno-Karabakh. Quando c’era ancora l’Unione Sovietica, Vardenis era un centro industriale importante ora gli uomini per lavorare sono costretti ad andare in Russia, facilitati dalla conoscenza della lingua. Qui il russo tutti lo parlano. Azat è un villaggio ancora più vicino alla frontiera. Un tempo era abitato da molti Azeri, poi costretti a fuggire. Altrettanto fecero gli Armeni che vivevano dall’altra parte. Ci fu uno scambio di case. In quelle che ora sono abitate dagli Armeni, una volta c’erano gli Azeri. Molte però sono rimaste disabitate da allora. C’era anche una moschea che è stata naturalmente abbandonata dopo la fuga. Ma non è stata distrutta. Dicono a sottolineare il trattamento contrario che hanno avuto gli Armeni a loro volta costretti a scappare. Noi gli demmo il tempo di portarsi via le masserizie, loro no, sembra questo che vogliono intendere.
Una delle prime cose che capisci, attraversando villaggi del genere, è il livello di guardia che col tempo si finisce per acquisire: un uomo ci viene incontro; dai pochi gesti che compie, sembra quasi che voglia sbarrarci la strada per impedirci di andare oltre e invece si tratta del direttore della scuola rurale con cui abbiamo appuntamento che ci chiede solo di fermarci perché siamo arrivati proprio davanti all’edificio. Ci fa entrare e ce lo fa visitare cominciando dalla palestra. Ci racconta che è stata l’associazione “Land and culture organization” a finanziare i lavori di ristrutturazione. E’ frequentata da ragazzi dai 6 ai 17 anni. Studiano russo e inglese. Chi vuole continuare deve andare al collegio di Vardenis. Proseguiamo il giro del villaggio in compagnia del direttore che di tanto in tanto saluta qualcuno che lavora nei campi. Si avverte la fretta di finire il prima possibile i lavori, in modo che l’arrivo dell’inverno non li colga impreparati.  Davanti alle case, dai tetti in lamiera o in eternit addirittura, sono lasciate ad asciugare cataste di letame (tezek) che sarà usato come combustibile nei giorni di gelo e di neve.
Poi il pranzo a casa del direttore. Scopriamo dalla presenza delle arnie che fa anche l’apicoltore. Disinfetta le api con aglio e cipolla. Dopo qualche bicchiere si scioglie. Diventa un’altra persona. Brinda all’amicizia. Poi propone ancora un altro brindisi all’amore celestiale. Intona un canto. Mani alzate, sguardo verso il cielo. Voce profonda. Ti emoziona e nello stesso ti procura anche un brivido. Ma oramai la lezione l’hai imparata, per quale altro motivo ti ostini a battere le solite strade? Bisogna tenersi alla larga da qualsiasi richiamo mitologico alla terra e al sangue. Anche questo vuol dire decostruire la cultura contadina e con essa, la figura del padre. Se proprio non ci si riesce, sforzarsi almeno di addolcirlo.
Dalle case vicine arrivano altri uomini e si uniscono alla tavola. Altri brindisi con la vodka nonostante fuori adesso ci siano più di 40 gradi. Non ti puoi sottrarre. Il rifiuto potrebbe offendere o addirittura essere equivocato. Gusti da femmine che non caso non stanno a tavola. Si vergognano, questa è la scusa che adducono quando proviamo a farle sedere. Si rivela inutile insistere. La moglie del direttore e nella veranda davanti la casa con i figli. Nel locale attiguo altre due donne preparano il pane. Una lo stende e poi lo lancia all’altra che lo pone nel forno interrato. Alla fine ci cuoceranno anche il pollo e le patate, infilzati nello spiedo. Nell’attesa ci offrono del formaggio fresco da mangiare avvolto nel pane appena sfornato. Anush, è l’espressione che si usa alla fine del pranzo per dire che si è apprezzato. Barev corrisponde invece al nostro saluto.

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