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Il mio Ecuador

di Marisa

Quito

…già l’arrivo all’aeroporto è positivo, aeroporto pulito, poca confusione, nessuna solita ressa di gente che aspetta e l’ora non è tarda, sono le 17,30.  In orario perfetto.  Siamo da poco li e già entriamo nella realtà di campesinos, di cooperative, di produttori di caffè, latte, tagua e sue lavorazioni.
Siamo con degli italiani che lavorano qui in Equador e fanno partire vari progetti coinvolgendo alcune banche di credito italiano che sovvenzionano le attività.  Noi, dopo una pizza quasi italiana andiamo all’albergo San Francesco, molto carino, nella quito coloniale, parte molto affascinante soprattutto di notte con le luci soffuse su una architettura decisamente ispanica.
Al mattino presto già siamo in strada, incontriamo torme di studenti che vanno a scuola, tutti con le loro divise colorate a seconda del grado scolastico. Uno dei posti più belli è la piazza con chiesa e annesso convento di San francesco.  Convento  con museo e vari patii all’interno. Non li possiamo vsitare tutti. Tanto movimento di gente a piedi, le donne sono vestite con quel che sembra essere un costume. Scialle, gonna lunga, sono per lo più anziane. I colori che vedo maggiormente nelle case e palazzi sono il bianco, tanto, calce ovunque e il giallo. Una spruzzata di azzurro ongi tanto. La città coloniale è parecchio restaurata e per questo molto interessante, i posti ancora bisognosi lasciano a vedere l’incuria, la difficoltà economica ad intervenire, il tanto lavoro ancora da fare.
Tante chiese e musei. Tanta storia ma la chiesa che più colpisce per particolarità è La Merced, tutta ricoperta di color rosa all’interno. Sembra una casa di bambola, un gioiellino. Da non perdere, e per fortuna noi abbiamo assistito, per fortuna proprio, al cambio della guardia in piazza grande, dove c’è il palazzo del governo. E la giornata degli equatoriani.  Qui ogni lunedì si ritrovano a cantare l’inno nazionale, a sentirsi parte della nazione. E non è folcloristico ma lo fanno per essi stessi. E’ una lezione di cultura civica in loco. Un posto che  consiglio di vedere è calle Ronda.Molto vivace la sera, ricca di ristorantini, musica e danzatori.

Otavalo

Verso Otavalo nel pulman siamo gli unici turisti e questo ci piace.
Tutti gli indigeni prendono il bus, costa poco, con annessi e connessi. Ci sono coppie giovani, moderne, ci sono gli anziani belli nei loro vestiti caratteristici, poncho, cappelli di forgia varia, gonne doppie e camicia ricamata spesso in tinta con la cintura (per le donne).
Ad ogni fermata del bus salgono i vari venditori, di cibo soprattutto ma anche di penne bic e altre cianfrusaglie.
E’ uno spaccato di vita interessante. Dopo 3 ore  di viaggio siamo arrivati, fa un caldo notevole, abbiamo passato vasti paesaggi verdi e coltivazioni di rose, un paesaggio di serre.
Un po’ strano. Qui la novità è il mercato.
Una grande piazza quadrata è tutta piena di bancarelle. Vendono tutti i prodotti dell’artigianato del’equador ma anche del Perù e bolivia.
Anche la Cina fa capolino con le sue stoffe.
Il giorno ideale per vedere un po’ di movimento sarebbe il sabato ma noi siamo qui di martedì,  c’è pochissima gente,  tanti studenti che escono da scuola e che si aggirano nelle strade laterali.  Sono per la maggior parte, soprattutto le donne, vestite col costume otovalegno.  Una gonna bianca sotto e una nera sopra, una camicia bianca lavorata a mano e una specie di scialletto triangoalare per le donne.  Gli uomini, vestiti da festa, sono tutti in bianco.  Belli, con una carnagione ambrata, una treccia corvina lunga, sono orgogliosi della loro origine e lo dimostrano con vestiti e capigliatura.
Ad una decina di chilometri da otavalo c’è un paese che si chiama Santa Barbara.

Abiteremo per 3 giorni da una famiglia che ci ospita e che aderisce al progetto di turismo solidale. una interessante iniziativa perchè i soldi dei turisti rimangano alla comunità, alla famiglia ospitante e in parte all’agenzia che fa da tramite.

Vi racconterò presto!

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