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Il Marocco del Nord: un tappeto di colori

Immaginiamo il paesaggio dinnanzi a noi come un tappeto variopinto che delicate mani sembrano non cessare mai di tessere, tanto quanto i nostri occhi non si stancherebbero mai di ammirare.

Immaginiamo il viaggio stesso come una riposante camminata su un morbido tappeto di colori. Questo è il Marocco del Nord. Gli stessi colori che rivestono gli innumerevoli tasselli dei mosaici marocchini – opere d’arte arabe per eccellenza – e che portano ciascuno un diverso significato.

Giallo deserto. Non soltanto il paesaggio arido delle dune, ma anche quello di certe spiagge dorate delle città bagnate dall’atlantico, riflettenti un sole acceso, ancora caldo e avvolgente sul calar della sera. Rabat, per esempio: il giusto connubio tra antico e moderno. Dal centro città, di stampo occidentale, dopo soli pochi minuti ci si addentra nell’intricata medina, vivace intruglio di sapori e odori, per poi sbucare quasi all’improvviso di fronte alla Casbah. Eccola, di pietra rossa – rosso sacrificio, quello di chi si battè per onor di patria – stagliata contro il cielo azzurro, imponente, salda in tutta la sua fierezza; nasconde al suo interno una docilità inaspettata, fatta del bianco accecante – bianco purezza, quella di certi luoghi ancora incontaminati – proprio dei muri delle case e dei viottoli che si inerpicano salendo per offrirci poi in cima il vero spettacolo, un’immensa distesa blu increspata di onde: l’oceano.

Il bianco anche a Tetouan, cittadina arabo-berbera, la cui caratteristica medina, circondata da mura e sovrastata dalla Casbah, è un intricato labirinto di vicoli, banchetti di frutta e verdura e  botteghe artigiane, traboccanti dei pregiati manufatti della vicina Scuola d’arte e mestieri.

Blu nobiltà, non di sangue soltanto ma d’animo, come quello delle donne che con passione e costanza si dedicano alla produzione del couss couss, lo stesso che ci invitano a gustare dopo averci mostrato l’ancora tradizionale maniera di prepararlo. E insieme al couss couss, tutte le prelibatezze proprie della cucina marocchina diventano esplosioni di colori: le tinte vivaci delle verdure fresche appena raccolte e delle immancabili spezie profumate.

Colorato e divertente vuole essere anche il mio contributo, volto a rendere davvero partecipi della cultura locale: un Piccolo Corso di Lingua Araba, che intervalla a tratti il nostro cammino. Qualche elemento di base per potersi meglio districare nei dedali delle medine e interagire con gli abitanti del luogo che, lieti di un nostro avvicinamento, si mostrano felicemente riconoscenti.

Proseguendo, marrone montagna, quella alle cui pendici appare lucente e incomparabile Chefchaouen. Un tripudio di colori, compreso il giallo dei limoni nascosti all’interno dei cortili delle case, muri bianchi incorniciati da finestre blu cobalto: architettura invidiabile, riflettente l’aria arabo-andalusa, che si respira un po’ in tutta la zona.

Poi ancora, nero denaro, quello che non si può fare a meno di spendere, anche solo in minima parte, di fronte al fascino di certi prodotti artigianali che letteralmente inondano le medine di Fez e Meknes: ceramiche che si intonano perfettamente alle nostre cucine, pellami naturali, propri delle concerie, che indossati soddisfano tutte le misure, tappeti deliziosi da togliere il fiato. Il tutto condito dai profumi inebrianti di spezie che catturano tutti i sensi.

E infine, verde speranza,la mia. Quella di aver stimolato curiosità e immaginazione e indotto qualche sognatore ad intraprendere questo arricchente viaggio nel Marocco del Nord, con l’invitante idea di una riposante camminata su un morbido tappeto di colori.

di Elisabetta Libanore

 

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