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Diario di viaggio Uzbekistan: Tashkent

E’ mezzanotte passata e dopo estenuanti controlli all’ufficio passaporti e alla dogana si riesce finalmente ad uscire dall’aeroporto. Che sia un retaggio del vecchio regime comunista? Che si sia atterrati nella vecchia Unione Sovietica e non in Uzbekistan e’ la prima impressione che si ha attraversando la capitale. Lunghi viali, vecchie automobili di fabbricazione sovietica, anonimi palazzoni, insegne in cirillico, insomma sembra proprio di essere tornati indietro di oltre ventanni.

Tashkent - Piazza Amir Timur

Tashkent e’ il punto di arrivo e di partenza di questo viaggio e non ho grandi aspettative. E’ una citta’ moderna, quasi interamente ricostruita dai russi dopo il devastante terremoto del 1966 e questo ha dato un’impronta decisa alla sua archittetura. Oggi l’iconografia comunista e’ stata ormai sostituita da quella della retorica nazionalista uzbeka e quindi le statue di Stalin sono state sostituite da quelle di Tamerlano ma l’impressione di trovarsi nella capitale di  un regime e’ comunque forte. Sara’ perche’ in fondo questo giovane stato, dall’indipendenza deall’URSS e’ stato governato da un signore che era il segretario del partito comunista locale e che per restare al potere al termine dei due mandati previsti dalla costituzione l’ha fatta modificare a  suon di referundum vinti con maggioranze bulgare.

Tashkent – Piazza Amir Timur

Le piazze principali, quella di Amir Timur  (Tamerlano per gli occidentali) e quella dell’Indipendenza trasudano di simboli tipici di un regime. Main generale tutta la citta’ nuova per quanto non spiacevole e interessante da un punto di vista della conoscenza da un’impressione generale di freddezza.

Per questo motivo l’ultimo giorno, in una giornata che sara’ di attesa per il volo che l’indomani mattina mi riportera’ in Arabia Saudita, decido di lasciar perdere musei e monumenti e mi limito a passeggiare per il mercato e per le vie della citta’ vecchia.

E passeggiare per le stradine della citta’ vecchia sara’ la degna conclusione di questo viaggio perche’ mi permette di salutare questo paese vedendone il lato migliore e apprezzandone l’ospitalita’.

Sono l’unico straniero che curiosa nel grande mercato di Tashkent; anche in questo mix di razze e’ evidente che sono li per curiosare e in tanti mi fermano per cercare un approccio di conversazione. Come Aman, che ha un banchetto di frutta secca al mercato e nonostante l’inglese stentato e’ un po’ piu’ spigliato degli altri e allora si riesce a conversare un pochino. Ha 26 anni, due mogli e quattro figli e non riesce a capacitarsi del fatto che io a 42 anni non ne abbia…Dopo aver chiaccherato di calcio, business, stipendi e avermi fatto assaggiare la sua buonissima frutta secca ci salutiamo ma vedo che ancora e’ perplesso.

E Tashkent si rivela luogo di incontri ed esempio della famosa o forse famigerata ospitalita’ uzbeca.

Tashkent – Ragazzini fanno il bagno nei canali della citta’ vecchia

Mentre passeggiavo per le stradine dei vecchi quartieri mi affianca un uomo in macchina e mi fa cenno di salire. Rifiuto ma lui insiste e sembra non lasciarmi in pace. Finche’ scende e mi fa segno a gesti di seguirlo a casa sua. Ricordavo di averlo visto poco prima e pertanto mi decido a seguirlo ma sempre restando un po’ diffidente. La sua casa in effetti era solo un centinaio di metri indietro e appena arriviamo davanti al portone chiama a raccolta la moglie e i tre figli adolescenti che per fortuna parlano qualche parola di inglese. Allora iniziano le domande, mi fanno accomodare, mi offrono il te, mi regalano un Dopy (il cappello tradizionale uzbeco oggi indossato soprattutto dai musulmani praticanti) e dopo un una mezzoretta lui mi fa cenno di seguirlo. Salgo in macchina e prima mi porta alla grande moschea che si trova nei paraggi e poi sempre parlando in russo e uzbeco cerca di chiedermi qualcosa ma ovviamente io non capisco. Finche’ non riconosco la parola hotel e allora gli indico la direzione in cui si trova il mio albergo. Proprio mentre parcheggiava squilla il suo cellulare e dopo qualche secondo comincia un balletto a tre con lui che mi passa ripetutamente il cellulare per farmi tradurre dal suo amico, che parla inglese, quello che voleva dirmi. In sostanza mi aveva visto passeggiare vicino a casa sua e siccome non era a suo avviso normale che un turista si trovasse da quelle parti, aveva dato per scontato che mi fossi perso e voleva accompagnarmi dove fosse diretto. Ma io ero diretto proprio dove lui mi ha portato, nel cuore dell’Uzbekistan.

(continua)

di Giuseppe Usai

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