DI BOSCHI, PONTI, CASE E UN PO’ DI RAKIJA

Riflessioni di viaggio in Bosnia e Herzegovina di Benedetta Bernardi

Il prima. Yugoslavia?
Quando ho deciso, per qualche inquietudine nascosta, di prendere parte a un viaggio con meta Serbia e Bosnia Erzegovina, sapevo poco o nulla di quella che, fino a qualche anno fa, era la Yugoslavia. Sì, da bambina l’avevo studiata in geografia, quando la maestra, con premura, ci indicava sulla carta fisico-politica quali fossero i paesi facenti parte del continente europeo. Poi ricordo dei racconti di mia nonna, quando, negli anni ottanta, aveva partecipato ad una gita “da Trieste in giù”, giù verso la costa della Yugoslavia “e persino a Belgrado”. Mi aveva portato a casa un libro-guida perché sapeva che ero appassionata dei paesi lontani (e per me, bambina delle elementari, la Yugoslavia era davvero un paese lontano) e chissà, un giorno mi sarebbe potuto servire, se mai avessi avuto l’occasione di visitare quelle terre dal nome così strano.
Qualche anno dopo sentii di nuovo parlare di Yugoslavia; allora ero cresciuta, studentessa al termine delle scuole superiori ma ben poco attenta a quel che succedeva al di là del mio naso. Ne parlavano in televisione e mi rattristava vedere attraverso quel piccolo schermo crudi e violenti scenari di guerra, edifici, case bombardate, bimbi pezzenti in cerca di qualche familiare, gente che correva per le strade, uomini e donne sporchi, magri, altri uomini in divisa militare che non sapevano fare altro che stare attaccati alle loro armi, sparare, caricare, caricare e sparare. I motivi del perché tutto questo accadesse mi erano per buona parte oscuri. A casa non mi avevano saputo dire granché, a scuola non c’era stata occasione, visto che con il programma eravamo arrivati a malapena alla seconda guerra mondiale. Avevo capito essere una guerra tra etnie diverse che non si sopportavano più. Mi rattristava, come ho già detto, ma non avevo domande, e, comunque, restava un problema di altri. Lì dove vivevo, almeno questo, per fortuna, non c’era.

I. Coscienza dell’Indifferenza
L’altra mattina, ascoltando la radio, mi è capitato di lasciare a metà il lavoro che stavo facendo per concentrarmi su ciò che uno studioso condivideva con gli ascoltatori a proposito dell’indifferenza. La tragedia dell’indifferenza. Davvero, non sono riuscita a continuare a rassettare la casa, mi sono seduta sul letto e ho appoggiato la mano sulla tempia, come si fa quando si cerca la concentrazione.
Il giornalista, tra le varie domande, aveva chiesto perché stiamo diventando sempre più indifferenti. Indifferenti a drammi umani che accadono “a poche centinaia di chilometri da qui”.
L’immagine usata dallo studioso nel rispondere, mi ha dato l’idea di noi indifferenti come uomini e donne vergognosamente grassi, per aver sviluppato uno strato consistente di materia adiposa impermeabilizzante agli agenti esterni. Ma anziché essere una difesa naturale come per certi popoli che, a causa delle temperature rigide permette loro di adattarsi ad ambienti estremi, per noi risulta essere una sorta di protezione psicologica o emotiva da ciò che può metterci in crisi bussando alle nostre coscienze intorpidite.
Ecco. La responsabilità della coscienza torna a far parlare. Ho riavvolto velocemente il nastro del pensiero, fino a fermarlo al viaggio compiuto poche settimane prima in Serbia e in Bosnia e, precisamente, alla sera del 4 agosto, in un villaggio rurale della Serbia. Avevamo cenato all’aperto, la famiglia ospitante ci aveva offerto ogni ben di Dio, ogni pietanza preparata con ingredienti genuini e la cura di chi considera gli ospiti sacri. Tra una chiacchiera e l’altra accompagnata da qualche sorso di rakija, la tipica grappa serba, un amico e compagno di viaggio, aveva buttato lì una proposta, condividere spunti, idee, riflessioni, emozioni anche. Il viaggio volgeva al termine e perché non trasformare il tavolo conviviale in una tavola di condivisione? Tutto calzava, come se fosse stato disegnato con un pennello. Anche la cornice contribuiva. Una cornice fatta del legno della pace, di alberi, prati e un rivolo d’acqua poco distante.
Aveva preso lui la parola per primo e il suo discorso era stato una freccia, lanciata dritta al cuore del dubbio. Un dubbio che forse gli girava per la testa da sempre, o nato poche ore prima, durante la visita al Memoriale di Potocari e ai quartieri di residenza dell’Onu durante la guerra. Come potevano militari coinvolti in un genocidio ritenersi non responsabili, ma solo esecutori di ordini? E come era possibile ostentarlo con tanta sicurezza? Anna Harendt, La banalità del male forse è una risposta. Del resto penso che i responsabili della Shoah e i responsabili del genocidio di Srebrenica abbiano molte cose in comune. E non parlo solo di divisa militare.
Ma lasciamo gli aguzzini al loro inferno. Ciò che aveva sconvolto P. e che risuonava nel suo tono di voce era stata l’inerzia con cui i cosiddetti caschi blu avevano risposto alla violenza. La zona di Srebrenica era stata dichiarata Un safe zone. Sicura, perché i caschi blu erano lì con il compito di proteggere i rifugiati da qualsiasi prevaricazione.  Talmente sicura che non si è riusciti a impedire un genocidio. Ridicolo, ma il gioco di parole dice tutto, per capire basta ricorrere ad una semplice equazione. United nations safe zone uguale a unsafe zone.
Avevano lasciato fare. In tutta tranquillità. Tanto il loro tempo lì, un tempo lungo tre anni fatto di pigre giornate passate a riempire i muri di sterco fatto di parole e immagini, stava finalmente per terminare. Casa era vicina.
Penso che qualcosa si sia inceppato laggiù, da qualche parte nelle viscere di quegli uomini, qualcosa deve essere successo per arrivare a tanto. Essere lì senza capire il perché, il sentirsi estranei a quei luoghi e a quelle vicende, la mancanza di informazioni corrette, punti di vista limitati. Tutte cose probabili ma che non riesco a considerare come giustificazioni. Quella sera avevo ascoltato con attenzione e partecipato con passione allo scambio di impressioni, ma in silenzio. Di ciò che mi aveva emozionato non ero riuscita a condividere nulla. Le parole annegate in un mare in tempesta.

II. Lasciare il salvagente, uscire dal guscio
Il giornalista continua a porre domande sul ruolo degli strumenti di comunicazione, su come viene gestita l’informazione oggi e l’esperto ribadisce che una delle cause dell’ispessimento della pelle dell’indifferenza è l’essere costantemente bombardati da immagini, notizie che non ci consente di mantenere la giusta distanza nei confronti di quanto sta accadendo.
E’ il nostro personale “salvagente” che ci permette di stare a galla anche se siamo in mare aperto, davanti ad onde che si innalzano minacciose sulle nostre piccole teste e che rischiano di travolgerci e buttarci giù, in profondità, dove perdiamo il controllo sulla nostra ristretta realtà e ci troviamo improvvisamente ciechi. Smarriti, disorientati.
Il perdersi nelle profondità, nell’incontro con l’acqua fredda che arriva in faccia come uno schiaffo, l’imbattersi all’improvviso nel volto dell’altro, è vero, spesso disorienta, talvolta ha la forza di farci smarrire, ma ci lava e purifica dalle impurità emesse dai nostri “cuscinetti” di difesa. Il sale brucia negli occhi, ma ci porta a vedere le cose in un modo nuovo. L’altro, il lontano da noi, il diverso da noi.
Ci sono storie che non possono essere considerate onde da cui fuggire per evitare il rischio di esserne travolti, perché sono fatte di vita, purtroppo anche di morte, ma soprattutto di vita, di desideri, di affetti, di voglia di ricominciare, di ricostruzione, di cura, di libertà. E molto altro.
La sera in cui abbiamo fatto visita al gruppo di donne dell’associazione Sara di Srebenica, ho avuto questa percezione. Stana e Valentina sono due delle responsabili che ci hanno accolto con una cena di benvenuto, preparata da loro e dalle altre donne dell’associazione. Sul tavolo, piatti tipici, verdure, carne, crepes dolci e salate: ci hanno deliziato come nei momenti di festa più importanti, anche se consumare assieme il cibo non è stato altro che un rito preparatorio alla condivisione delle esperienze del gruppo. Sara sono donne serbe, croate e musulmane che, insieme, collaborano per allestire mercatini e vendere abiti confezionati da loro, portagioie e piccoli souvenir. Tra le altre cose anche alcuni libri di ricette tradizionali della località di Potocari scritte in italiano: ne ho acquistato uno, nonostante la mia scarsa passione per la cucina, perché ci tenevo a portare a casa un aspetto della loro cultura.
Oltre ad attività di autofinanziamento, queste donne coraggiose stanno portando avanti diversi progetti con enti ed istituzioni come le scuole. Nonostante alcune non siano originarie di Srebrenica e si siano trasferite qui dopo la guerra, vogliono far rinascere la loro cittadina. Una sfida difficile, che ha però il tono delle pareti della sala dove si trovano la scrivania e il lungo tavolo apparecchiato, l’azzurro.
L’azzurro del cielo a cui mi capita di dare un’occhiata dalle finestre aperte tende invece ad imbrunirsi e a lasciare spazio alle ombre della sera. Di fronte, un quadro curioso: alla mia destra una moschea, bianca, con la consueta cupola e a sinistra una chiesa, forse ortodossa. Il minareto dell’una e il campanile dell’altra si slanciano nella stessa direzione, verso l’alto, il cielo, in cerca di una meta comune, una patria dove non importa a che credo si appartiene. Tutti lo possono contemplare e ritrovarsi, staccando anche solo per un attimo gli occhi da terra, per liberare nell’aria una semplice preghiera, un sussurro, un respiro.

…continua…

Testo di Benedetta Bernardi

Viaggio Bosnia e Herzegovina

La Jugoslavia, vent’anni dopo: viaggio in Serbia e Bosnia , agosto 2016

 

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